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venerdì 29 maggio 2026

L'ODALISQUE BRUNE (L'odalisca bruna) di FRANÇOIS BOUCHER

 François Boucher (1703 -1770), Lodalisque brune (L’odalisca bruna), 1745 circa, olio su tela, 53 x 64 cm - Parigi, Louvre.

LETTURA DELL'OPERA

Per la realizzazione de L’odalisca bruna ha posato la moglie dell’artista, ben accomodata in modo alquanto insolito, sicuramente provocante, a pancia in sotto, con le abbondanti chiappe scoperte, che occupano il centro del dipinto, quasi ne fossero le autentiche protagoniste. 

È una raffigurazione che rientra nel genere principalmente praticato dai pittori più rappresentativi della tendenza pittorica rococò, quello delle fêtes galantes (feste galanti), ossia di ordinari momenti di vita mondana della buona società. 

A tale singolare genere appartengono, tanto per fare qualche esempio, soggetti tipo dame alla toletta o impegnate in altri futili passatempi, che preludono a intrighi sentimentali e  sotterfugi erotici, col coinvolgimento di mariti e amanti, come ne L’altalena di Jean-Honoré Fragonard. 

Era la trasposizione pittorica, in tutte le sue sfaccettature, di quella douceur de vivre che pervadeva il tempo del rococò, perfettamente espressa da Antoine Watteau in Pellegrinaggio a Citera, o Imbarco per Citera, due dipinti quasi identici, pervasi da una spensierata passionalità e leggerezza.

Nell’opera, la giovane donna – un’odalisca assai improbabile –, dalla lattea e morbida carnagione, è comodamente distesa a ventre in giù su un ammucchiamento di soffici cuscini e materassi, con le gambe aperte e col sederone in bella mostra. Con la candida sottoveste tirata sulla schiena, la sfacciata odalisca fissa il riguardante con un’espressione visibilmente compiaciuta e con malcelata malizia. La maliarda e prosperosa femmina abbraccia mollemente un cuscino con una mano, mentre con l’altra tiene gentilmente una collanina di perle. 

Una seconda collana di perle, una piuma purpurea e una ciocca di finti capelli biondi le tengono la capigliatura raccolta sulla nuca, lasciando completamente scoperti il collo e il viso dai lineamenti delicati, dalle labbra color ciliegia e dagli occhi splendenti. Le tenere orecchie sono impreziosite da orecchini perlacei a goccia. 

Un ampio raggio di luce inonda lo sfarzoso giaciglio e rifulge sul tenero incarnato, che cattura lo sguardo per l’effetto di un colorismo pulito e luminoso, sapientemente raffinato, dove le tinte chiare e calde ben si accordano col blu vellutato dell’enorme drappo. Esso si stende come una armonica cascata dalla parete al materasso, in un effetto di scenografica e invitante alcova. Su un tavolinetto basso, dove l’artista ha riportato la propria firma, sono poggiati un portagioie e una boccetta di essenze odorose, allusive alla pelle fresca e profumata, splendente e preziosa della donna.

Tutto riporta a un erotismo voluto e candidamente dichiarato, ove non traspare però una manifesta volgarità, che resta garbatamente vinta dalla tangibile bellezza e dalla soave carnalità della donna,  magistralmente immortalata in un alone di stregata e stuzzicante seduzione, in un sincero invito al piacere e al godimento della vita.



Gustav Lundberg,
Ritratto di François Boucher, 1741 olio su tela, Collezione privata.


François Boucher (1703 -1770), Trionfo di Venere, 1740, olio su tela, 130 x 162 cm – Stoccolma, Museo Nazionale.

Il Trionfo di Venere contiene molti elementi della visione pittorica rococò francese; ossia, un senso di moto che, in questo caso, diviene quasi vorticoso, unevidente ampollosità, una teatrale e scenografica disposizione dei personaggi, un colorismo tenue e luminoso, una gaia sensualità, una natura capricciosa e perfettamente coinvolta nella messinscena pittorica,  permeata anche da un forte effetto di grandiosità. 


François Boucher (1703 -1770), Ragazza distesa, o Odalisca bionda o Marie-Luise ‘O Murphy, 1751, olio su tela, 59 x 73,5 cm – Colonia, Wallraf-Richartz-Museum

L’odalisca bionda, replicata in più copie, e conosciuta anche come Ragazza distesa, o Marie-Luise ‘O Murphy, è il nudo più erotizzante e malizioso della pittura rococò francese. Quasi sicuramente Boucher utilizzò come modella l’avvenente cantante di origine irlandese Marie-Luise ‘O Murphy (Rouen, 1737- Parigi, 1814), detta anche La Belle Morphyse, giovanissima figlia d’una furba e intraprendente commerciante di indumenti usati. 

Per tre anni fu l’amante di Luigi XV, risiedendo nel frattempo nel Parco dei cervi – una lussuosa dimora ove il re incontrava le sue mantenute –, avendo da lui anche una figlia, nel 1754. Terminata la relazione col re, Marie-Luise sposò un aristocratico, il quale morì due anni dopo, lasciandola incinta di una bambina. Si risposò ancora altre due volte, prima con un altro aristocratico, da cui ebbe una figlia ma da cui divorziò. In seguito sposò un deputato della Convenzione Nazionale, separandosi anche da costui, appena un anno dopo. Morì a Parigi, all’età di 77 anni. 


VITA IN BREVE DI FRANÇOIS BOUCHER

François Boucher nacque a Parigi nel 1703, figlio di un artigiano, ed ebbe come primo maestro François Lemoyne. A diciassette anni lavorò nella bottega dell’incisore Jean-François Cars, divenendo l’incisore delle opere di Antoine Watteau. Ottenne il premio dell’Accademia, nel 1723, riscuotendo anche un grande successo per la sua prima esposizione pubblica. Nel 1727 si recò in Italia, dove restò fino al 1731, per perfezionare la sua formazione. Nel 1734 fu ammesso all’Accademia. Dal 1740 espose regolarmente al Salon, guadagnandosi frattanto il titolo di decoratore capo della Reale accademia di Musica, dal 1744 al 1748. Nel 1765 fu nominato primo pittore, pur godendo da tempo di un alloggio al Louvre. Ma l’avversione degli intellettuali illuministi lo condannò all’emarginazione, portandolo alla tomba. Morì nel 1770.  


© G. LUCIO FRAGNOLI

IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.  


venerdì 1 maggio 2026

LA GUERRA di HENRI ROUSSEAU detto IL DOGANIERE


 Henri Rousseau (1844 – 1910), La guerra (1894, olio su tela, 114 x 195 cm) Musée d’Orsay, Parigi.

 

Per l’elaborazione del quadro, dal singolare sottotitolo “Passa in modo terrificante, lasciando dappertutto disperazione, lacrime e distruzione”, Henri Rousseau si ispirò a un doloroso fatto storico. Ossia la guerra civile del 1871 tra la Comune di Parigi e il governo nazionale, dopo la guerra Franco-Prussiana, abilmente provocata da Bismark con mirate manovre diplomatiche, ma dichiarata infine da Napoleone III il 19 luglio del 1870.

Le ostilità si conclusero in meno di due mesi, il 2 settembre, per via della schiacciante superiorità militare dei prussiani, con la disastrosa disfatta dell’esercito francese nella battaglia di Sedan, dove l’imperatore fu fatto addirittura prigioniero.

Il 4 settembre a Parigi fu proclamata la Terza Repubblica, con la formazione di un governo di difesa nazionale. La capitale, assediata dai prussiani dal 19 settembre del 1870, si arrese il 28 gennaio del 1871, con la conseguente firma dell’armistizio e la cessione al nemico dell’Alsazia e della Lorena.

Il 18 marzo dello stesso anno, i parigini insorsero contro il governo conservatore che aveva accettato la resa, proclamando in opposizione ad esso un regime rivoluzionario, la cosiddetta Comune di Parigi, conto la quale il governo reazionario, trasferita la sua sede a Versailles, il 21 maggio inviò l’esercito. 

La Comune fu spietatamente repressa, nella tristemente famosa settimana del sangue, dal 21 al 28 maggio. Vi restarono ammazzati più di 20.000 rivoluzionari, a cui si aggiunsero altre migliaia di esecuzioni e deportazioni. Molti comunardi, per sfuggire alla furiosa rappresaglia, furono costretti a fuggire oltre confine.

Il dipinto, esposto al Salon des Indépendants del 1894, provocò giudizi contrastanti di ammirazione e di aperta disapprovazione. In esso l’artista ha rappresentato una scena alquanto inquietante, in cui il personaggio principale, che ne occupa idealmente il centro, è una sorta di ancestrale divinità distruttrice, una specie di demone malefico che, montando un orrendo destriero nero, sorvola una landa desolata cosparsa di cadaveri.

La maligna creatura, una pupattola dal corpo da infante e dal volto invecchiato, dall’espressione feroce e dalla capigliatura irta e corvina, dall’incarnato ambrato e dall’abito sfilacciato, agita una spada nella mano destra, simbolo di impeto assassino, tenendo nell’altra mano, levata il alto, una fiaccola da cui si sparge un denso fumo nerastro, presagio di rovina.

La sua figura si staglia contro un cielo turchino entro cui fluttuano bizzarre e irreali nuvole rosacee. Sembra come sospesa tra gli alberi inceneriti e dai rami spezzati, su una stesa di uomini agonizzanti e scomposti corpi senza vita, divenuti pasto per ripugnanti e avidi corvi.

L’angosciante fantoccia, metafora evidente della bestialità umana, della violenza distruttrice della guerra, aleggia malvagiamente tra le nubi tossiche, probabilmente, sovrastando la scena funesta da essa stessa cagionata, ove tutto è devastazione e morte, e dentro la quale, tra le carcasse esangui, l’autore ha inserito il suo autoritratto da trapassato.

L’immagine, per la realizzazione della quale il Doganiere ha tratto qualche spunto da uno schizzo caricaturale pubblicato il 6 ottobre 1889 su L’Egalité, appare come una sorta di primordiale Guernica, un crudo manifesto contro ogni guerra, ma anche contro ogni atto di colpevole insensatezza e di efferatezza umana, contro l’intollerabile sonno della ragione enunciato da Goya.

È un’idea assoluta del male, ove la ripugnante pupazza che cavalca il mostruoso animale è un sordido simulacro che esala sull’umanità e sulla natura tutta un implacabile fluido mortifero.

La semplicità disegnativa e la fantasia selvaggia, la visione autenticamente spontanea e simbolista, ove la realtà si trasfigura in un arcano e ingenuo mondo parallelo, il cromatismo freddo e ridotto, la minuzia descrittiva, contribuiscono fortemente all’efficacia del messaggio e della raffigurazione e ne fanno un capolavoro imprescindibile dell’arte moderna.

 

Della grande tela, pure intitolata La cavalcata della Discordia, Giulio Carlo Argan annota: “Tutto è simbolo: i rami spezzati e le foglie cadenti, il cavallo apocalittico e i corvi, la donna con la veste a brandelli ed i morti già quasi ricoperti dalle zolle di terra. Ma nulla è simbolico, cioè trasposto dalla realtà al simbolo.

Se per i simbolisti il simbolo è trascendenza, segno spirituale oltre la realtà delle cose, per Rousseau il simbolo è discendente: non attrae, s’invera, opprime proprio con la sua fisicità e rigidezza e perfino con l’apparente bellezza che seduce e vieta di rimuoverlo, dimenticarlo” (...)    


Vita in breve di Henri Rousseau 

Henri-Félix Rousseau nasce a Leval (Mayenne) il 21 maggio 1844, dove frequenta la scuola elementare e il liceo, non completando però gli studi. Dal 1863 al 1867 lavora presso lo studio di un avvocato di Anger, come segretario. Per aver sottratto 10 franchi e alcuni francobolli nello studio legale, è condannato a un mese e mezzo di carcere. In seguito si arruola nell’esercito, obbligato dal padre, per via del reato commesso, per sette anni. Alla morte del padre, nel 1868, si congeda dall’esercito e si trasferisce a Parigi, trovando lavoro presso un ufficiale giudiziario. L’anno appresso sposa Clémence Boitard, che gli darà cinque figli, dei quali sopravvive soltanto la figlia Julia. 

Nel 1871 viene assunto come impiegato negli uffici daziari parigini, cominciando ad appassionarsi alla pittura e mettendosi a studiare autonomamente, da autodidatta, seguendo tuttavia qualche suggerimento da amici pittori più esperti, come Jean-Leon Jérome e Felix Clément. Il soprannome di Doganiere si deve proprio a tale sopracitato impiego. Nel 1885 espone al Salon des Refusés. L’anno seguente espone al Salon del Indépendants, partecipandovi quasi costantemente per i successivi quattro anni. Nel 1888 la moglie, sua amatissima musa e ispiratrice, muore di tisi. Nel corso dell’anno seguente scrive Una visita all’Esposizione del 1889, pubblicato soltanto nel 1947 da Tristan Tzara, uno dei promotori del movimento dadaista. Nel 1893 decide di andare in pensione anticipatamente per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Nel 1894 dipinge La guerra, iniziando ad essere apprezzato da alcuni intellettuali di più ampie vedute. 

Nel 1899 sposa la vedova Joséphine Nourry e scrive anche il dramma La vendetta di un’orfana russa. Gli anni Novanta sono in larga parte caratterizzati dalla produzione di tele esotiche, dette Le Giungle, che costringono Rousseau a subire severe critiche da parte dei critici più tradizionalisti. Nel 1903 muore la sua seconda moglie. Nel 1907 dipinge L’Incantatrice di serpenti, suo indiscusso capolavoro. Nel 1909 viene condannato per frode bancaria a due anni di carcere, beneficiando però della pena condizionale. Henri Rousseau, detto il Doganiere, si spegne a Parigi, all’età di 66 anni, il 2 settembre del 1910.

 

Bibliografia essenziale:

 

Piero Adorno, L’arte italiana. Dal Settecento ai nostri giorni Vol. 3, 1994, D’Anna, Firenze.

Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana, Vol. 3°, 1993, Sansoni, Milano.

Cornelia Stabenow, Rousseau, Gruppo Editoriale L’Espresso SPA, 2002, Roma.

F. Zeri, Cento Dipinti, Rousseau, Incantatrice di serpenti, 1998, Rizzoli, Milano. 

 

 Henri Rousseau, La guerra (ParticolareMusée d’Orsay, Parigi.


© G. LUCIO FRAGNOLI

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L'ODALISQUE BRUNE (L'odalisca bruna) di FRANÇOIS BOUCHER

  François Boucher (1703 -1770),  L ’ odalisque brune  ( L’odalisca bruna) , 1745 circa, olio su tela, 53 x 64 cm -  Parigi, Louvre . LETTU...