Per l’elaborazione del quadro, dal singolare sottotitolo “Passa in modo terrificante, lasciando dappertutto
disperazione, lacrime e distruzione”, Henri
Rousseau si ispirò a un doloroso fatto storico. Ossia la guerra civile del 1871
tra la Comune di Parigi e il governo nazionale, dopo la guerra
Franco-Prussiana, abilmente provocata da Bismark con mirate manovre
diplomatiche, ma dichiarata infine da Napoleone III il 19 luglio del 1870.
Le ostilità si conclusero in meno di due mesi, il 2
settembre, per via della schiacciante superiorità militare dei prussiani, con
la disastrosa disfatta dell’esercito francese nella battaglia di Sedan, dove
l’imperatore fu fatto addirittura prigioniero.
Il 4 settembre a Parigi fu proclamata la Terza
Repubblica, con la formazione di un governo di difesa nazionale. La capitale,
assediata dai prussiani dal 19 settembre del 1870, si arrese il 28 gennaio del
1871, con la conseguente firma dell’armistizio e la cessione al nemico
dell’Alsazia e della Lorena.
Il 18 marzo dello stesso anno, i parigini insorsero contro
il governo conservatore che aveva accettato la resa, proclamando in opposizione
ad esso un regime rivoluzionario, la cosiddetta Comune di Parigi, conto la
quale il governo reazionario, trasferita la sua sede a Versailles, il 21 maggio
inviò l’esercito.
La Comune fu spietatamente repressa, nella tristemente famosa settimana del sangue, dal 21 al 28 maggio. Vi restarono ammazzati più di 20.000 rivoluzionari, a cui si aggiunsero altre migliaia di esecuzioni e deportazioni. Molti comunardi, per sfuggire alla furiosa rappresaglia, furono costretti a fuggire oltre confine.
Il dipinto, esposto al Salon
des Indépendants del 1894, provocò giudizi contrastanti di ammirazione e di
aperta disapprovazione. In esso l’artista ha rappresentato una scena alquanto
inquietante, in cui il personaggio principale, che ne occupa idealmente il
centro, è una sorta di ancestrale divinità distruttrice, una specie di demone
malefico che, montando un orrendo destriero nero, sorvola una landa desolata
cosparsa di cadaveri.
La maligna creatura, una pupattola dal corpo da
infante e dal volto invecchiato, dall’espressione feroce e dalla capigliatura
irta e corvina, dall’incarnato ambrato e dall’abito sfilacciato, agita una
spada nella mano destra, simbolo di impeto assassino, tenendo nell’altra mano,
levata il alto, una fiaccola da cui si sparge un denso fumo nerastro, presagio di
rovina.
La sua figura si staglia contro un cielo turchino entro
cui fluttuano bizzarre e irreali nuvole rosacee. Sembra come sospesa tra gli
alberi inceneriti e dai rami spezzati, su una stesa di uomini agonizzanti e scomposti
corpi senza vita, divenuti pasto per ripugnanti e avidi corvi.
L’angosciante fantoccia, metafora evidente della bestialità
umana, della violenza distruttrice della guerra, aleggia malvagiamente tra le
nubi tossiche, probabilmente, sovrastando la scena funesta da essa stessa cagionata,
ove tutto è devastazione e morte, e dentro la quale, tra le carcasse esangui,
l’autore ha inserito il suo autoritratto da trapassato.
L’immagine, per la realizzazione della quale il
Doganiere ha tratto qualche spunto da uno schizzo caricaturale pubblicato il 6
ottobre 1889 su L’Egalité, appare
come una sorta di primordiale Guernica, un crudo manifesto contro ogni guerra,
ma anche contro ogni atto di colpevole insensatezza e di efferatezza umana,
contro l’intollerabile sonno della
ragione enunciato da Goya.
È un’idea assoluta del male, ove la ripugnante
pupazza che cavalca il mostruoso animale è un sordido simulacro che esala
sull’umanità e sulla natura tutta un implacabile fluido mortifero.
La semplicità disegnativa e la fantasia selvaggia,
la visione
autenticamente spontanea e simbolista, ove
la realtà si trasfigura in un arcano e ingenuo mondo parallelo, il cromatismo freddo
e ridotto, la minuzia descrittiva, contribuiscono fortemente all’efficacia del
messaggio e della raffigurazione e ne fanno un capolavoro
imprescindibile dell’arte moderna.
Della
grande tela, pure intitolata La cavalcata
della Discordia, Giulio Carlo Argan annota: “Tutto è simbolo: i rami
spezzati e le foglie cadenti, il cavallo apocalittico e i corvi, la donna con
la veste a brandelli ed i morti già quasi ricoperti dalle zolle di terra. Ma
nulla è simbolico, cioè trasposto
dalla realtà al simbolo.
Se
per i simbolisti il simbolo è trascendenza, segno spirituale oltre la realtà
delle cose, per Rousseau il simbolo è discendente: non attrae, s’invera,
opprime proprio con la sua fisicità e rigidezza e perfino con l’apparente
bellezza che seduce e vieta di rimuoverlo, dimenticarlo” (...)
Vita in breve di Henri Rousseau
Henri-Félix Rousseau nasce a Leval (Mayenne) il 21 maggio 1844, dove frequenta la scuola elementare e il liceo, non completando però gli studi. Dal 1863 al 1867 lavora presso lo studio di un avvocato di Anger, come segretario. Per aver sottratto 10 franchi e alcuni francobolli nello studio legale, è condannato a un mese e mezzo di carcere. In seguito si arruola nell’esercito, obbligato dal padre, per via del reato commesso, per sette anni. Alla morte del padre, nel 1868, si congeda dall’esercito e si trasferisce a Parigi, trovando lavoro presso un ufficiale giudiziario. L’anno appresso sposa Clémence Boitard, che gli darà cinque figli, dei quali sopravvive soltanto la figlia Julia.
Nel 1871 viene assunto come impiegato negli uffici daziari parigini, cominciando ad appassionarsi alla pittura e mettendosi a studiare autonomamente, da autodidatta, seguendo tuttavia qualche suggerimento da amici pittori più esperti, come Jean-Leon Jérome e Felix Clément. Il soprannome di Doganiere si deve proprio a tale sopracitato impiego. Nel 1885 espone al Salon des Refusés. L’anno seguente espone al Salon del Indépendants, partecipandovi quasi costantemente per i successivi quattro anni. Nel 1888 la moglie, sua amatissima musa e ispiratrice, muore di tisi. Nel corso dell’anno seguente scrive Una visita all’Esposizione del 1889, pubblicato soltanto nel 1947 da Tristan Tzara, uno dei promotori del movimento dadaista. Nel 1893 decide di andare in pensione anticipatamente per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Nel 1894 dipinge La guerra, iniziando ad essere apprezzato da alcuni intellettuali di più ampie vedute.
Nel 1899 sposa la vedova Joséphine Nourry e scrive anche il dramma La vendetta di un’orfana russa. Gli anni Novanta sono in larga parte caratterizzati dalla produzione di tele esotiche, dette Le Giungle, che costringono Rousseau a subire severe critiche da parte dei critici più tradizionalisti. Nel 1903 muore la sua seconda moglie. Nel 1907 dipinge L’Incantatrice di serpenti, suo indiscusso capolavoro. Nel 1909 viene condannato per frode bancaria a due anni di carcere, beneficiando però della pena condizionale. Henri Rousseau, detto il Doganiere, si spegne a Parigi, all’età di 66 anni, il 2 settembre del 1910.
Bibliografia
essenziale:
Piero Adorno, L’arte
italiana. Dal Settecento ai nostri giorni Vol. 3, 1994, D’Anna, Firenze.
Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana,
Vol. 3°, 1993, Sansoni, Milano.
Cornelia Stabenow, Rousseau, Gruppo Editoriale L’Espresso
SPA, 2002, Roma.
F. Zeri, Cento
Dipinti, Rousseau, Incantatrice di serpenti, 1998, Rizzoli,
Milano.
Henri Rousseau, La guerra (Particolare) Musée d’Orsay, Parigi.
IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE
DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO SOPRATTUTTO AGLI STUDENTI E AGLI
APPASSIONATI



Nessun commento:
Posta un commento