Lettori fissi

martedì 23 giugno 2026

LA LETTERA D’AMORE di JEAN-HONORÉ FRAGONARD


Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), La lettera d’amore, 1773-76, olio su tela, 83,2 x 67 cm,

Metropolitan museum of Art, New York

 

COMMENTO DELL’OPERA

Il quadro, tra i più iconici della storia della pittura, rappresenta una giovane donna che ha appena ricevuto un omaggio floreale con allegata una lettera.

La giovane, dai lineamenti delicati e dal pallido incarnato, ha i capelli raccolti sulla nuca e avvolti da una cuffia fermata da una fascia a cioffe rosa. Indossa un abito di raso chiaro, e al collo porta una gioia legata a un sottile nastrino scuro, mentre all’orecchio ha un minuscolo orecchino di perla. Si sta accomodando al suo scrittoio, addossato a una finestra ovale, sedendosi su uno sgabello imbottito, ove è accucciato un vezzoso cagnolino.

Qualcuno le ha appena recapitato un mazzolino di fiori e una lettera in una busta chiusa, una lettera d’amore, senz’altro, che lei si appresta a leggere nella riservatezza della sua camera da letto, inondata della luce che entra dalla finestra. Una tenda annodata in primo piano, sulla sinistra, e il tendaggio del baldacchino che scende su un angolo del letto, sulla parete di fondo, definiscono lo spazio scenico, caldo e raccolto, ovattato e ospitale.

Ma prima di sedersi al suo grazioso scrittoio e aprire la busta contenente la dolce missiva, volge appena la testa e lo sguardo verso lo spettatore, con aria compiaciuta e sottilmente maliziosa, come per sincerarsi che non vi siano intrusi che potrebbero disturbarla durante la lettura.

La messinscena pittorica in questo caso è molto più intrigante e spontanea rispetto a certe complesse feste galanti rococò. A ciò contribuisce l’immediatezza realizzativa, il cromatismo ridotto, ma ben accordato e luminoso, con una stesa del colore fluida e disinvolta, con un effetto di complessiva leggerezza dell’immagine, che la rendono accattivante e attrattiva.  

 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), La lettrice, 1776, olio su tela, 81 x 64,8 cm,

National Gallery of Art, Washington

 

(...) La Lettrice o Giovane che legge, è certamente tra le più iconiche della storia dell’arte d’ogni tempo. Essa è importante soprattutto per la qualità della pittura, con un colorismo piuttosto ridotto, ma vivace e luminoso, svolto con immediatezza e con una decisa stesa del colore, che anticipa le pratiche impressioniste. Mentre il soggetto stesso e l’impostazione innovativa dell’immagine precorrono alquanto la pittura romantica. (...)

 

Fragonard è uno dei massimi pittori del Settecento, e senza dubbio uno dei massimi pittori francesi. Anzitutto per i temi, che fanno di lui il pittore del suo tempo, di quel Settecento sensuale, garbato, del secolo di Luigi XV, dei fermiers généraux, degli esattori e dei borghesi epicurei che dovevano rovesciare la monarchia. Il suo maestro Boucher si compiaceva di allegorie e di raffigurazioni bucoliche; i successori di Watteau s’attardavano nel genere delle feste galanti; Fragonard rinunciò, con grande scandalo dei critici d’arte contemporanei, ai temi antichi o mitologici per dedicarsi a ciò che da Courbet in poi chiamano “arte viva” [...]

I temi abbastanza liberi, che ha trattato al tempo del suo matrimonio in età già matura, non hanno né ipocrisia né la falsa ingenuità di quelli di Greuze, ma ci rammentano che il pittore è contemporaneo di Boumarchais (nato come lui nel 1734), di Casanova (nato nel 1725): che Boufflers, Laclos, e Sade sono nati dopo di lui. D’altronde, se moltiplica, con piacere evidente, i dipinti e i disegni galanti, lo fa in parte per rispondere al gusto del pubblico che, alla vigilia del 1789, lo apprezza sempre di più. [...]

(G. Wildenstein, Fragonard, Bath, 1960.)

 

 

VITA IN BREVE DI FRAGONARD

 

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome col dipinto Geroboamo che sacrifica agli idoli, facendosi notare come talento emergente. Ma partirà per Roma solo quattro anni dopo, giungendovi nel dicembre del 1756, ospite dell’Accademia di Francia, per un periodo di studio di cinque anni. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.

 

 


  © G. LUCIO FRAGNOLI

 

 


IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI. 

 

 

 

DUE TAHITIANE (Two Tahitian Women) di PAUL GAUGUIN

 

Paul Gauguin (1848 -1903), Due tahitiane – 1899, olio su tela, 94 x 72.4 cm – New York, Metropolitan Museum of Art.

ANALISI DELL’OPERA

Due tahitiane o Due donne tahitiane (Two Tahitian Women) del Metropolitan Museum of Art di New York, conosciuto anche con un’altra bislacca intitolazione, I seni coi fiori rossi, è stato dipinto nel secondo periodo tahitiano, prima che Gauguin s’avventurasse alla volta delle isole Marchesi, a 1400 chilometri da Tahiti.

Si tratta della raffigurazione di due giovani donne indigene, ritratte fino alle ginocchia, che recano l’una un piatto ricolmo di frutti maturi, l’altra dei fiori rosa tenuti nelle mani giunte, come nell’atto di portarli in dono durante un tradizionale rituale a di offrirli a un gradito ospite. O mostrano soltanto i frutti della natura per impreziosire i loro corpi seminudi, come se i fiori rosei e le mature bacche vermiglie fossero preziosi gioielli e, nello stesso tempo, sacri donativi della prodiga madre terra. 

Delle due giovani, una occupa quasi il centro del dipinto, ed è ritratta frontalmente, sia nel corpo che nel viso. Mentre l’altra è disposta sulla desta. Pure il suo corpo è visto frontalmente, ma col volto raffigurato di tre quarti, in un sobrio e impercettibile atteggiamento d’intesa con la compagna. 

Le loro espressioni sono composte e serene, così come i loro corpi ambrati sono acerbi e statuari insieme, di una bellezza pura e primitiva, come fossero divinità sacrali di un mondo mitico e remoto, incorrotto e armonioso, mite e lussureggiante. E infatti lo sfondo indistinto, alle spalle delle bellissime dee tahitiane, evoca i colori di una natura incontaminata e di quella terra arcaica e lontana.   

Il dipinto ha un colorismo contenuto ma ben accordato, così come la luce plasma le figure, ben definite da una delicata linea di contorno, con contrasti minimi e un buon effetto plastico, in un complessivo senso di bidimensionalità dell’immagine. Bidimensionalità che non significa piattezza, giacché nei dipinti di Gauguin, vi è sempre una definizione corporea di cose e personaggi, perché la linea di contorno che li circoscrive non annulla mai la percezione del loro volume. Nel dipinto in questione, per esempio, le due figure femminili sono messe in primo piano; lo sfondo costituisce, invece, un secondo piano, privo però di profondità prospettica, dato che in esso si rappresenta molto concettualmente il paradisiaco contesto delle isole oceaniche.


"Gauguin si è creato da sé la propria leggenda: la leggenda dell’artista che si mette contro la società del proprio tempo e ne evade per ritrovare in una natura e tra genti non guaste dal progresso la condizione di autenticità e d’ingenuità primitive, quasi mitologiche, in cui può ancora sbocciare il fiore, orami esotico, della poesia, che il clima dell’Europa industriale uccide." (Giulio Carlo Argan)


SULLO STILE DI GAUGUIN

"Gauguin intraprende la sua vera strada quando, lasciata Parigi, si reca in Bretagna, dove, a contatto con usi, costumi, gente, panorami severi e solenni, abbandona gradualmente la resa della realtà, per interpretarla liberamente esprimendosi attraverso linee e colori cui attribuisce un valore carico di significati. (...) Ma è soprattutto dal periodo bretone in poi che egli sviluppa sempre più questa concezione, affidandosi in modo particolare alla suggestione della linea e del colore. Si capisce perché apprezzasse e facesse sue, portandole innanzi, le idee del giovane pittore Émile Bernard (1868 – 1941), discutendo con il quale viene scoprendo l’importanza espressiva del colore piatto e del contorno, quasi in una ripresa degli smalti di Limoges, dai colori accostati e contenuti entro una bordatura metallica, la cloison (“divisione”), o delle vetrate medievali, i cui vetri colorati sono sostenuti e separati da quelli adiacenti per mezzo di cornicette di piombo che ne seguono le forme."  Piero Adorno

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

PIERO ADORNO, L’arte italiana. Dal Settecento ai nostri giorni, Vol. 3. Casa editrice G. D’Anna, Messina Firenze,1994.

G. C. ARGAN, Storia dell’arte italiana, Vol. 3°, 1993, Sansoni, Milano.

CRICCO – DI TEODORO, Itinerario nell’arte, Vol. II, 2012, Zanichelli, Bologna.

AUTORI VARI, Storia universale dell’arte. Il XX secolo. De Agostini, Novara,1991.

IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI. 




© G. LUCIO FRAGNOLI

venerdì 19 giugno 2026

LA LETTRICE di JEAN-HONORÉ FRAGONARD


Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), La lettrice, 1776, olio su tela, 81 x 64,8 cm,

National Gallery of Art, Washington

 

COMMENTO DELL’OPERA

La lettrice è uno dei dipinti più deliziosi della copiosa e variegata produzione dell’artista, che ha saputo interpretare e rappresentare il suo tempo in moltissimi aspetti, con spiccata sensibilità e capacità d’invenzione, con acutezza di visione e finezza stilistica.

L’opera, conosciuta pure col titolo Giovane che legge è certamente tra le più iconiche della storia dell’arte d’ogni tempo. Essa è importante soprattutto per la qualità della pittura, con un colorismo piuttosto ridotto, ma vivace e luminoso, svolto con immediatezza, con una decisa stesa del colore che anticipa le pratiche impressioniste. Mentre il soggetto stesso e l’impostazione innovativa dell’immagine precorrono alquanto la pittura romantica.

Difatti, la ragazza, assorta nella lettura, è vista di profilo, contro una parete disadorna. Comodamente seduta in un’espressione di innocente curiosità, poggia la schiena su un voluminoso e soffice cuscino accostato a una parete.

Nella mano destra tiene il libro che sta leggendo in un gesto molto aggraziato, mentre poggia il braccio sinistro su un corrimano di legno.

Un ampio fiotto di luce proviene, verosimilmente, da una larga finestra posizionata fuori dello spazio del quadro e inonda l’ambiente, risplendendo sul grosso cuscino, sull’abito d’un giallo caldo e vellutato, sul colletto e sui polsini candidi, sul fazzoletto appuntato al petto con una spilla, sul roseo e delicato incarnato, creando una morbida modulazione delle ombre, esaltando così la signorilità e la bellezza della giovane.

Secondo alcuni, parrebbe una donna troppo emancipata, la graziosa lettrice, rispetto al suo tempo. Ma non è così, perché le donne borghesi o aristocratiche ricevevano sempre un’ottima educazione, con la lettura di testi formativi e narrativi. Cosa questa che viene evidenziata dal pittore nell’intensità del momento rappresentato, proprio volendo mostrare l’immagine d’una donna evoluta e colta, proiettata verso tempi nuovi.


VITA IN BREVE DI FRAGONARD

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.


  © G. LUCIO FRAGNOLI

IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI. 

 

 

 

lunedì 8 giugno 2026

IL CHIAVISTELLO (Le verrou) di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il chiavistello, particolare, 1777, olio su tela, 73,5 x 83,5 cm,

Museo del Louvre, Parigi.

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Il chiavistello (Le verrou), 1777, olio su tela, 73,5 x 83,5 cm,

Museo del Louvre, Parigi.


ANALISI DELL’OPERA 

Commissionato nel 1773 dal marchese Louis-Gabriel Véri-Raionard, collezionista colto e raffinato, Il chiavistello si colloca nel genere, tutto rococò, delle fêtes galantes.

Opera tra le più rappresentative di Fragonard, testimonia la considerazione di cui egli godeva da parte di una committenza facoltosa e nondimeno competente.

Il dipinto, sicuramente il più intrigante realizzato dall’artista, raffigura uno stuzzicante episodio passionale, in cui sono coinvolti due giovani amanti frementi di desiderio. Essi sono all’interno d’una camera da letto parzialmente immersa nella penombra, solo rischiarata da un ampio raggio di luce che entra da destra, da una finestra aperta e posizionata fuori dallo spazio del quadro. È la luce vivida d’una tiepida mattinata di primavera, indubbiamente.

Un pesante tendaggio rosso cade sul letto disfatto, ai cui piedi c’è un tavolino coperto da una tovaglia chiara con sopra una mela, che allude forse alla bellezza della dama, come se fosse una moderna Venere, oppure, molto più probabilmente, rimanda al pomo della tentazione di Eva.

Buttato per terra c’è uno specchio, quasi interamente coperto da un drappo scuro. All’opposto, abbandonato sul pavimento c’è un mazzolino di fiori, che simboleggia l’amore, ma anche la caducità dell’esistenza umana.

La scena, d’una piacevolissima teatralità, presenta una certa difficoltà di interpretazione riguardo al suo preciso svolgimento. Ma andiamo con ordine, cerchiamo di ricostruirla procedendo per logica.

È ragionevole supporre che la leggiadra signora abbia bussato alla stanza del giovane che, nonostante l’ora – non certo di prima mattina –, sonnecchiava ancora tra le lenzuola, almeno a giudicare dai piedi scalzi, dai mutandoni e dalla camicia da notte. Va da sé che il pigro gentiluomo si sia precipitato ad aprirle. – Diamo per assodato che si tratta di una tresca clandestina, che probabilmente va avanti da un po’ di tempo, nella cupidigia di entrambi, e nell’apprensione di lei –.

È plausibile congetturare che, una volta entrata, la donna si sia seduta accanto al suo amato, sul soffice letto, da cui infatti pende ancora lorlo del suo pomposo abito. Ma cosa sia esattamente capitato in tale situazione non ci è dato di sapere.

Si sono mormorati frasi melliflue? C’è stata, chissà, qualche dolce effusione?

Poco importa. Ciò che conta è cosa accade dopo.

Bene. Eccoci finalmente al momento effettivamente rappresentato. L’avvenente femmina, a un certo punto, ritiene opportuno congedarsi dal suo uomo. Il dongiovanni, però, subito l’abbraccia con ardore, cercando intanto di chiudere la serratura, per impedirle di andarsene e per non farsi sorprendere con lei, da eventuali ficcanaso, in una circostanza di fatto sconveniente.

Nell’abbraccio vigoroso del suo spasimante e col cuore in subbuglio, la gentildonna si mostra esitante, nonostante la smania incontenibile. Tenta di fermarlo, temendo seriamente per la sua reputazione e per la sua sorte. Il focoso giovane però la tiene per la vita e ne blocca i movimenti, provocando in lei un fremito, che quasi le toglie le forze. Cosicché, intanto che cerca di opporsi al disegno lascivo del suo amante, l’affascinante signora socchiude gli occhi e si abbandona al volere di lui. È facile immaginare, allora, ciò che accadrà da lì a poco.

Quanto appena detto ci fa comprendere, ma anche apprezzare la singolare capacità di Fragonard di dare vita alle sue fêtes galantes – o di narrarne qualcuna realmente accaduta –, sapendone estrarre l’attimo più piacevole e più coinvolgente possibile, quello che caratterizza ed esalta l’intera storia dipinta.

Le sue particolari feste galanti sono in effetti la perfetta messa in scena della sua comédie humaine, leggera e sensuale, impudente e capricciosa, gaudente e vitale, priva di seccanti e superflue sentenze morali.  

È la rappresentazione divertita e disinvolta di una certa società, allegramente colta dentro il proprio tempo: il crepuscolo dell’ancien regime, predestinato inesorabilmente a tramutarsi in un mondo nuovo e imprevisto, quello della ragione e dell’emancipazione del popolo. Ebbene, di questa fine stagione della storia, Fragonard ne è il più squisito e spontaneo illustratore.

Artista di grande talento, egli si avvale di uno stile pittorico fresco e insieme ricercato, che sa reinventare le atmosfere artificiose del tardobarocco in fantasie sceniche e paesaggistiche inedite e di grande effetto visivo, composte con un colorismo ricco e luminoso, in cui si intravedono alcuni assunti della futura pittura romantica e accorgimenti realizzativi che anticipano l’impressionismo.


Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Le bagnanti, 1765-72, olio su tela, 64 x 80 cm, 

Museo del Louvre, Parigi.

Nel dipinto, l’artista crea la deliziosa immagine di alcune giovani donne che si bagnano in un tranquillo specchio d’acqua immerso in una vegetazione immaginosa di piante acquatiche, arbusti e alberi dalle folte e bizzarre chiome. Nella composizione, libera e immediata, si combinano un compiaciuto e candido erotismo e una schietta magnificazione della gioia di vivere.


Fragonard è uno dei massimi pittori del Settecento, e senza dubbio uno dei massimi pittori francesi. Anzitutto per i temi, che fanno di lui il pittore del suo tempo, di quel Settecento sensuale, garbato, del secolo di Luigi XV, dei fermiers généraux, degli esattori e dei borghesi epicurei che dovevano rovesciare la monarchia. Il suo maestro Boucher si compiaceva di allegorie e di raffigurazioni bucoliche; i successori di Watteau s’attardavano nel genere delle feste galanti; Fragonard rinunciò, con grande scandalo dei critici d’arte contemporanei, ai temi antichi o mitologici per dedicarsi a ciò che da Courbet in poi chiamano “arte viva” [...]

I temi abbastanza liberi, che ha trattato al tempo del suo matrimonio in età già matura, non hanno né ipocrisia né la falsa ingenuità di quelli di Greuze, ma ci rammentano che il pittore è contemporaneo di Boumarchais (nato come lui nel 1734), di Casanova (nato nel 1725): che Boufflers, Laclos, e Sade sono nati dopo di lui. D’altronde, se moltiplica, con piacere evidente, i dipinti e i disegni galanti, lo fa in parte per rispondere al gusto del pubblico che, alla vigilia del 1789, lo apprezza sempre di più. [...]

(G. Wildenstein, Fragonard, Bath, 1960.



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Autoritratto


VITA IN BREVE DI FRAGONARD

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.


© G. LUCIO FRAGNOLI

IL POST SOPRA RIPORTATO HA CARATTERE ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO E DIDATTICO, DESTINATO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.  


venerdì 5 giugno 2026

AMORE E PSICHE di ANTONIO CANOVA, una favola d'amore scolpita nel marmo

 


Antonio Canova, Amore e Psiche (1787-1793), particolare, Museo del Louvre, Parigi



Antonio Canova, Amore e Psiche (1787-1793), marmo bianco, 155x168x101 cm,  Museo del Louvre, Parigi 

- Foto di Jean-Pol Grandmont -

L’opera fu commissionata nel 1778 da John Campbell, ma l’autore la ultimò soltanto nel 1793, vendendola poi nel 1800.


ANALISI DELL’OPERA

Nel gruppo scultoreo Amore e Psiche, Antonio Canova si ispira alla favola omonima, contenuta all’interno del romanzo di Apuleio Le metamorfosi. Il momento scelto dall’autore e quello in cui la bellissima Psiche, di ritorno dall’Ade, ha aperto un’ampolla affidatale da Proserpina, che avrebbe dovuto contenere un po’ di bellezza, da consegnare a Venere. 

Ma Psiche, sopraffatta dalla curiosità, ha disatteso il volere di Venere e, dalla boccetta appena aperta, è fuoriuscita invece la malefica nuvola  del sonno profondo, facendola così sprofondare in un letale sopore. Amore, impietosito, corre a soccorrerla, riportandola in vita con un salvifico bacio.

Lartista è riuscito a scolpire nel marmo un istante di autentico trasporto: l’attimo in cui i due protagonisti della favola d'amore si abbracciano teneramente prima di baciarsi, entrambi inebriati dal desiderio.

Nella vista frontale, meglio che nelle altre, se ne coglie completamente la struttura compositiva, organizzata secondo due archi che si intersecano, indirizzando l’attenzione del riguardante verso le labbra dei due personaggi, che stanno per baciarsi nel loro morbido abbraccio, in unassoluta interpretazione poetica del momento cruciale di tutta storia. 

Ma anche nelle altre innumerevoli viste si rafforza il genuino significato dell’opera e si percepisce la sapiente postura di un personaggio rispetto all’altro, in un dialogante e misurato rapporto di gesti e in unattenzione maniacale per i dettagli.

L’idealizzazione canoviana dei corpi è una sorprendente novità nel campo della scultura, ed è una prerogativa stilistica propria del maestro neoclassico. In Amore e Psiche l’ottimale rappresentazione del corpo umano e compiutamente enunciato più che altrove, con l’evocazione di certa statuaria ellenistica, ma con una maggiore intenzione a plasmare le figure agili e snelle nello stesso tempo, con la fissazione tutta canoviana di rendere il marmo tenero come carne, con un rigoroso lavoro di levigatezza delle superfici su cui applicava uno strato di cera per mitigare la freddezza del marmo.

Molti storici dell’arte, fino a qualche tempo addietro, hanno rimproverato a Canova il gelido erotismo emanato dalle sue creazioni, ignorando la volontà stessa dello scultore. 

“L’artista neoclassico”, come ha puntualizzato Honour, “si proponeva di essere naturale e non naturalistico. Egli voleva purificarlo (il nudo, n. d. a.) dalle accentuazioni erotiche che avevano spinto Diderot a lamentarsi: Ho visto abbastanza seni e pubi… questi oggetti seducenti contrastano le emozioni dell’animo eccitando i sensi. Egli esaltava l’innocenza, la inadorna semplicità, l’essenziale purezza del nudo”(…) Nella concezione illuminista, quindi, “il nudo rappresentava l’uomo spogliato da tutti gli ingannevoli elementi esterni, così come la natura lo aveva fatto: liberato cioè da tutte le pastoie del tempo, come visto come contro uno sfondo di eternità.”

Altri critici e storici rifiutavano, invece, l’inespressività delle figure canoviane, non tenendo conto che il Neoclassicismo è fondamentalmente uno stile puro. E Canova ha elaborato, in adesione alle stesse idee neoclassiche, una visione estetica (che è ulteriormente etica e morale) incontaminata dalle passioni, in una dimensione di bellezza eterna e assoluta, di alta liricità e pulizia morale. È la catarsi, propria dell’arte classica, splendidamente realizzata.      



Antonio Canova, Amore e Psiche (1787-1793), particolare, Museo del Louvre, Parigi



Antonio Canova, Autoritratto (1792), Galleria degli Uffizi, Firenze

 

VITA IN BREVE DI ANTONIO CANOVA

Antonio Canova nacque a Possagno, nei pressi di Treviso, nel 1757, ma si trasferì, ancora giovanissimo, a Venezia, dove studiò all’Accademia, maturando una formazione classica. Sempre a Venezia aprì un proprio atelier, nel 1775. 

Nel 1779 si guadagnò grandi riconoscimenti col gruppo scultoreo  Dèdalo e Icaro, esponendolo alla festa dell’Ascensione. 

Nel 1781 lo scultore si trasferì a Roma, subendo subito l’influenza delle idee di Mengs e di Winckelmann, potendo anche osservare modelli importanti della statuaria classica. 

Nel 1783 gli venne commissionato il monumento funebre di Papa Clemente XIV, e l’anno appresso quello di Papa Clemente XIII. 

Canova lavorò prevalentemente a Roma,  risiedendovi pure per il resto della vita, fatta eccezione di vari soggiorni nei luoghi di origine e dei viaggi a Vienna, a Parigi e a Londra. 

Tra il 1798 ed il 1803, realizzò il monumento funebre a Maria Cristina d’Austria. Al culmine della notorietà, nel 1804, Canova ritrasse Napoleone, ottenendo di seguito moltissime commissioni da committenti nobili e facoltosi di mezza Europa. 

Si spense a Venezia nel 1822.


LE METAMORFOSI E LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE

Nell’opera di Apuleio Le Metamorfosi, anche noto come Asino d’oro, la favola di Amore e Psiche costituisce un’ampia digressione all’interno della narrazione (dal capitolo 28 del libri IV al capitolo 24 del libro VI). Nel romanzo si racconta del giovane Lucio, appassionato di magia, che si reca in Tessaglia per apprenderne i segreti. Giunto a destinazione Lucio, desideroso di sperimentare le arti magiche in prima persona, chiede ad una strega di essere trasformato in uccello, ma per un mero errore di sostituzione del portentoso filtro si trasforma invece in un asino, pur conservando il suo intelletto. Prima di poter porre rimedio alla sua metamorfosi (mangiando delle rose), viene rapito dai briganti e si imbatte in tutta una serie di avventure, cambiando padrone in continuazione. Fino a quando la dea Iside, apparsagli in sogno, gli rivela la fine dei suoi patimenti. Cosicché l’asino Lucio, durante una processione dedicata alla dea, riesce a mangiare una corona di rose portata dall’ufficiante. Riacquistato  l’aspetto umano, Lucio, recatosi a Roma, è iniziato al culto di Iside e Osiride, rivelandosi alla fine della narrazione come l’autore stesso. Nel mezzo delle singolari evenienze di Lucio, vi è l’episodio di una vecchia, la quale racconta la favola di Amore e Psiche ad una ragazza rapita, per confortarla. E come ogni favola che si rispetti, quella di Amore e Psiche inizia così: Eram in quadam civitate rex et regina…

LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE.

Psiche era la più bella delle tre figlie di un re e una regina. Era talmente bella, che suscitò l’invidia di Venere. 

La dea, per rivalsa, chiese aiuto a suo figlio Amore, affinché la trafiggesse con una freccia stregata e la facesse innamorare di un uomo brutto e sciagurato, condannandola all’infelicità.

Ma Amore, quando la vide, restò talmente sorpreso dalla bellezza di lei, che si fece sbadatamente cadere uno dei suoi magici dardi sul suo stesso piede, invaghendosene follemente, e facendola portare da Zefiro su un letto di fiori, nel suo meraviglioso palazzo, per poterla possedere. 

Così Amore, per evitare la furia della madre Venere, incontrava soltanto di notte l’innamoratissima Psiche, che aveva accettato di unirsi a lui, anche rinunciando a conoscerne l’identità. Incitata dalle sorelle, però, Psiche decise di vedere il volto del suo adorato, e lo attese con una lampada a olio e una spada, pronta a infierire se si fosse trovata dinnanzi a un mostro.

La notte Amore la raggiunse, e quando Psiche avvicinò la lampada al suo viso, restò sconvolta dalla bellezza del suo amante. Cosicché, mentre lo baciava, gli fece cadere una goccia d’olio addosso. 

Amore, sdegnato dall’imprudenza della donna, l’abbandonò. 

Venere, saputo dell'accaduto, si adirò con Psiche, e per punirla la sottopose a una serie di difficoltose prove, che la mortale superò. 

La dea della bellezza, infine, propose a Psiche la prova più difficile: la ragazza avrebbe dovuto discendere negli inferi e chiedere alla dea Proserpina un poco della sua bellezza. Psiche scese negli inferi, ricevendo dalla dea un’ampolla chiusa. 

Ma sulla via del ritorno, Psiche, incuriosita, non seppe trattenersi dall’aprire il vasello, che invece della bellezza conteneva il sonno più profondo, che la fece cadere irrimediabilmente addormentata. 

Provvidenzialmente e inatteso, giunse Amore,  che non esitò a risvegliarla e riportarla alla vita. I due innamorati, col consenso di Giove, si sposarono e vissero felici e contenti.

VITA DI APULEIO

Lucio Apuleio nacque intorno al 125 d.C. a Madaura, in Numidia, da una famiglia benestante. Un sostanzioso lascito gli permise, infatti, di viaggiare molto, studiando retorica a Cartagine e filosofia ad Atene, soggiornando ripetutamente anche a Roma. 

Durante uno dei suoi tanti viaggi, Apuleio, ormai trentenne, giunse ad Alessandria, dove sposò Pudentilla, una vedova molto ricca. 

I parenti di lei, però, lo accusarono di averla conquistata con l’aiuto di un infuso magico e intentarono contro di lui un processo, da cui venne comunque assolto. 

Per il resto della sua vita Apuleio visse a Cartagine, conquistandosi la fama di eccelso retore.

DIZIONARIOMITOLOGICO.

ADE: Con questo termine che significa “l’invisibile”, gli antichi greci chiamavano la divinità che regnava nell’oltretomba ed anche l’oltretomba stesso.

PROSERPINA: Divinità romana che si identifica con quella greca di Persefone, sovrana dell’Ade e dei morti.  


© G. LUCIO FRAGNOLI


martedì 2 giugno 2026

LE BAGNANTI (Les Baigneuses) di JEAN-HONORÉ FRAGONARD

 

Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Le bagnanti, 1765-72, olio su tela, 64 x 80 cm,

Museo del Louvre, Parigi.

 

LETTURA DELL’OPERA

 

Nel dipinto, l’artista crea la deliziosa immagine di alcune giovani donne che si bagnano in un tranquillo specchio d’acqua immerso in una vegetazione immaginosa di piante acquatiche, arbusti e alberi dalle folte e bizzarre chiome. Nella composizione, libera e immediata, si combinano un compiaciuto e candido erotismo e una schietta magnificazione della gioia di vivere.

Le cinque formose bagnanti ignude, dai morbidi e rosei incarnati, sono colte in movenze esuberanti e giocose, senz’altro disinvolte e incolpevoli nella loro nudità, esaltata da un ampio fascio di luce calda che penetra tra le fronde.

Esse sono disposte in movenze differenti e nondimeno originali. In primo piano, una delle fanciulle sta uscendo dall’acqua, passando tra le foglie delle erbe acquatiche, sostenendosi con un braccio sulla sponda, dove sono posate le sue vesti.

La bella bagnante dà la schiena e le natiche carnose al riguardante, intanto che si gratta il braccio destro – su cui si è appena appoggiata – con la mano sinistra, come fosse stata punta da un insetto.

Di fronte a lei un’altra leggiadra fanciulla, seduta sui suoi svolazzanti abiti, sembra come magicamente sospesa in aria, come fosse una gaia ninfa che personifica il piacere di vivere e allude, nel contempo, alla fuggevole leggerezza dell’essere.

Con le braccia alzate, tiene nelle mani dei fiori, forse con l’intenzione di lasciarseli cadere addosso per profumarsi, in un gioco tutto suo, mentre osserva una delle sue compagne che sta goffamente entrando in acqua e che, a sua volta, si volge verso di lei.

Accanto alla bagnante dalle braccia levate in alto si intravedono altre due sue compagne buttate in terra. Sono impegnate in una sorta di zuffa affettuosa, un innocente gioco da loro appena inventato.

Oltre le cime setose della vegetazione, si scorge un cielo ingombro di nuvole vaporose e bizzarre, che completano la spettacolare scenografia naturale dentro cui sono immerse le graziose bagnanti, in una scintillante combinazione di luci, di forme e di colori.



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Le bagnanti (particolare), 1765-72, olio su tela, 64 x 80 cm,

Museo del Louvre, Parigi.


Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), L'altalena ,1765-72, olio su tela, 82 x 64,2 cm, 

Wallace Collection, Londra.

L’opera, conosciuta anche col titolo I fortunati casi dell’altalena o con l’altra meno conosciuta intitolazione Possibilità gradevoli dell’altalena, fu dipinta tra il 1765 e il 1772, su commissione del barone di Saint-Julien, tesoriere della Chiesa francese, il quale, preventivamente, aveva scelto anche il soggetto. Voleva, in effetti, essere egli stesso rappresentato mentre ammirava estasiato la sua amante, che si dondolava su un’altalena sospinta da un vescovo.



Jean-Honoré Fragonard (1732 – 1806), Autoritratto


Fragonard è uno dei massimi pittori del Settecento, e senza dubbio uno dei massimi pittori francesi. Anzitutto per i temi, che fanno di lui il pittore del suo tempo, di quel Settecento sensuale, garbato, del secolo di Luigi XV, dei fermiers généraux, degli esattori e dei borghesi epicurei che dovevano rovesciare la monarchia. Il suo maestro Boucher si compiaceva di allegorie e di raffigurazioni bucoliche; i successori di Watteau s’attardavano nel genere delle feste galanti; Fragonard rinunciò, con grande scandalo dei critici d’arte contemporanei, ai temi antichi o mitologici per dedicarsi a ciò che da Courbet in poi chiamano “arte viva” [...]

I temi abbastanza liberi, che ha trattato al tempo del suo matrimonio in età già matura, non hanno né ipocrisia né la falsa ingenuità di quelli di Greuze, ma ci rammentano che il pittore è contemporaneo di Boumarchais (nato come lui nel 1734), di Casanova (nato nel 1725): che Boufflers, Laclos, e Sade sono nati dopo di lui. D’altronde, se moltiplica, con piacere evidente, i dipinti e i disegni galanti, lo fa in parte per rispondere al gusto del pubblico che, alla vigilia del 1789, lo apprezza sempre di più. [...]  

(G. Wildenstein, Fragonard, Bath, 1960.)

 

VITA IN BREVE DI FRAGONARD

 

Fragonard nasce nel 1732 a Grasse, il 5 aprile, in Provenza, da famiglia di origine italiana. Nel 1738 la famiglia si trasferisce a Parigi. Nel 1748 entra come allievo nella bottega di Boucher. Nel 1752 vince il Prix de Rome e si fa notare come talento emergente. Nel dicembre del 1756 giunge a Roma per un soggiorno di studio. Tra il 1760 e il 1765, anno in cui viene ammesso all’Académie Royale e in cui espone anche al Salon, effettua viaggi a Venezia, a Napoli e in Olanda. Tra il 1766 e il 1767 riceve importanti commissioni dall’Académie, esponendo ancora al Salon. Nel 1773 sposa Marie-Anne Gérard, che dà alla luce una bambina. Subito dopo intraprende un viaggio per Roma. Nel 1774 parte da Roma per il nord dell’Europa e visita Praga, Lubiana, Vienna, Dresda. Nel 1780 nasce il secondo figlio, ma l’anno dopo muore il padre. Nel 1882 partecipa al Salon de la Correspondance, per la seconda volta. Nel 1788 muore la figlia. Nel 1790 ritorna a Grasse con la moglie. Nel 1791 è di nuovo a Parigi. Nel 1793 diventa membro della Commune des Arts. Nel 1796 diviene presidente del Musée Central. Dal 1800 inizia un periodo di difficoltà economica; lascia l’alloggio al Louvre, ricevendo una pensione di 1.000 franchi. Il 22 agosto del 1806 Fragonard muore, nella sua casa parigina, per via di una congestione cerebrale.



© G. LUCIO FRAGNOLI 

IL POST SOPRA RIPORTATO HA SCOPO ESCLUSIVAMENTE DIVULGATIVO, ED È RIVOLTO PERTANTO AGLI STUDENTI E AGLI APPASSIONATI.

LE SCULTURE SURREALISTE di LUIGI (LOUIS) FALSO

Louis Falso (1946-2024) Lo scultore  Louis Falso  era un autodidatta. Si era formato da solo, infatti, in un lunghissimo percorso fatto di ...